Big Bang Irpinia e la vita nuda

20130723-120607.jpg L’avvicinarsi del Congresso del Partito Democratico ha alimentato, nel corso di questi giorni, un dibattito che ha riportato di attualità un certo modo di fare politica che genera, almeno per chi scrive, un sentimento di tristezza e di rammarico.
Emerge, fra le righe delle varie dichiarazioni, l’idea, sempre uguale, di considerare il partito come uno strumento di potere, un luogo da occupare per rivestire ruoli ed esercitare autorità. Il Partito inteso come strumento a disposizione di pochi potenti che, attraverso la posizione occupata, decidono strategie e nominano persone. Il partito ostaggio del correntismo.
Quello stesso correntismo che ha reso possibile, come dice lo stesso Walter Veltroni nel suo ultimo libro “E se noi domani l’Italia e la sinistra che vorrei”, il prolungamento delle appartenenze e delle identità del passato, riconducendo il PD ad una federazione leggera e fragile di correnti rigide in cui si sacrifica la democrazia interna a piccole logiche di spartizione degli incarichi. Un partito in cui prevale soltanto la solidarietà verticale di corrente come via prevalente di partecipazione e di affermazione. Questo processo involutivo che ha riguardato il Partito Democratico ha avuto inizio proprio il giorno dopo le dimissioni di Veltroni risalenti al 2009. Da quella data ad oggi le cose non sono che peggiorate e sintetizzate efficacemente dall’ultimo intervento di Franceschini alla Direzione Nazionale del Partito in cui dice: “siamo passati, clamorosamente, dal considerarci ex DS ed ex Margherita ad ex Democristiani ed ex Comunisti. La gestione degli ultimi anni ha consentito che il Partito Democratico venisse percepito come un elemento di conservazione, come parte del problema, invece che come possibile soluzione. Per questo motivo e, più in generale, per lo spettacolo indecente che la politica ha saputo dare di se negli ultimi anni mentre l’Italia colava a picco, ha avuto successo il messaggio di una persona che invitava, a modo suo, ad una discontinuità, ad un deciso e perentorio cambio di rotta. Un cambiamento sostanziale riscontrabile nei fatti più che nelle chiacchiere. Chi perde le primarie non accetta premi di consolazione ma torna a fare quello che faceva. Chi riveste ruoli istituzionali deve caratterizzarsi per il buon governo, deve promuovere trasparenza, deve tenere cari i temi ambientali e deve dare risposte ai problemi.
La politica va considerata uno strumento necessario per ricercare soluzioni da offrire alla collettività e non un fine, non un modo per creare sistemi di potere.
Non un partito chiuso che ha paura di vincere ma aperto. Che attraverso le primarie sceglie i suoi rappresentanti e non attraverso decisioni imposte dall’alto. Un partito che sappia suscitare una speranza e non solo raccontare una minaccia proprio come dice Renzi nel suo ultimo libro: oltre la rottamazione nessun giorno è sbagliato per cambiare. Ritornare alle persone che pur facendo politica non diventano una casta.
Il politico come una persona normale che si mette in gioco. Che ha davanti una grande sfida quando varca il portone di un palazzo: rimanere se stesso, non perdersi nell’autoreferenzialità, non farsi inghiottire e stritolare dai meccanismi del potere. Stare ancorato alla politica di tutti i giorni, alla vita nuda.
Noi queste cose le abbiamo condivise in tempi non sospetti e quindi non ci contraddiremo proprio ADESSO.
Per queste ragioni, Big Bang Irpinia, è lontana anni luce da certe dinamiche e da certe pratiche che nel libro del cambiamento che ci accingiamo a scrivere non possono più trovare diritto di cittadinanza.

il Coordinamento “Big Bang Irpinia

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