Democratica del 3 novembre

03 Nov
0

Avrebbe potuto invitare chiunque, Barack Obama, per il lancio della sua fondazione martedì scorso. Miliardari globali, guru dell’economia, capi di Stato e premi Nobel. Si sarebbero presentati tutti, uno in fila all’altro, per rendere omaggio a 44° presidente degli Stati Uniti: un uomo che è entrato nella storia a partire dal giorno stesso della sua elezione e la cui statura si accresce ad ogni tweet prodotto dal suo improbabile successore.

Invece non è andata così. A Chicago, nei due giorni del primo Obama Foundation Summit, le star globali si contavano sulle punte delle dita, mentre al centro della scena, sul palco della plenaria e nelle decine di sessioni parallele, si sono avvicendati soprattutto eroi locali, sindaci, educatori, organizzatori di comunità e attivisti per i diritti civili. La politica intesa come istituzione era praticamente assente: nessun volto noto del partito democratico americano e solo due ospiti internazionali, la parlamentare europea Marietje Schaake e il segretario del PD Matteo Renzi.

La sensazione è che Obama abbia voluto inviare un segnale. Dopo il ciclone Trump, mentre l’onda d’urto dei movimenti populisti continua a investire le democrazie di mezzo mondo, non è più tempo di politics as usual, ma di una rifondazione che parta dal basso. “Abbiamo creduto troppo a lungo che la democrazia fosse un supermercato – ha detto Anand Giridharadas nel discorso
di apertura – dai cui scaffali scegliere i prodotti che ci piacevano. Oggi sappiamo che la democrazia è una fattoria, nella quale raccogli i frutti di ciò che hai seminato”.

Pensarla così, nel mondo dei big data e delle fake news, significa spostare l’accento dall’insostenibile leggerezza degli algoritmi, delle parole al vento e delle promesse a raffica, al rigore di un’azione di cambiamento che richiede energia, tempo, ostinazione. E, nel rapporto con i cittadini, vuol dire mettere in evidenza, oltre ai diritti, anche i doveri. Appartenere ad una comunità di persone in carne ed ossa, anziché ad un accrocco di ologrammi fluttuanti nel cyberspazio, implica delle responsabilità e degli obblighi.

In questo cambio di prospettiva c’è una sfida, ma anche un’opportunità per quei progressisti che, negli Stati Uniti come in Europa, sono rimasti spiazzati dall’ascesa delle rivendicazioni nazionaliste e identitarie: la possibilità di far crescere una forma di patriottismo che, anziché rincorrere le invettive dei populisti, metta l’accento sulla ricchezza e sulla coesione di comunità profondamente radicate sul territorio.

Il patriottismo, diceva il grande storico Jacob Burckhardt, è fatto di due cose: “l’odio di quelli che non sono noi” e “il bisogno di consacrarsi ad una causa generale, di elevarsi al di sopra dell’egoismo dell’individuo e della famiglia”. I populisti mettono sempre l’accento sulla prima componente, ma la verità è che oggi esiste lo spazio per una grande scommessa sulla seconda, a base di cultura, di educazione, di volontariato. La proposta di un’esperienza di servizio civile obbligatoria per tutti i diciottenni lanciata dal PD va in questa direzione, così come, più in generale, l’idea che ad ogni nuovo diritto vada affiancato un dovere. Perché appartenere ad una comunità vuol dire accettare di assumersi delle responsabilità, non solo scegliere i pacchetti più colorati sugli scaffali.

Commenti

    Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi con l'asterisco sono obbligatori.