Democratica 8 gennaio 2018

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Spieghiamo i quattro anni di crescita italiana

Elezioni

Ora la sfida è il futuro. Tornare a Maastricht

La polemica politica merita rispetto perché è il sale della democrazia. E in tempi come questi, di campagna elettorale, raggiunge vette impensabili.
Ma nessuna polemica politica può cancellare un dato di fatto. Quattro anni fa l’Italia era in crisi nera. Adesso il Pil cresce, l’occupazione sale, la fiducia di consumatori e imprese è ai massimi livelli. Questi risultati sono il frutto di quattro anni di governi a guida Pd. E sono il frutto di una serie di scelte variegate ma unite da un filo rosso: il ritorno alla crescita in una dimensione di maggiore giustiziasociale. Ecco spiegate le varie misure: dagli 80 all’Irap costo del lavoro, dal JobsAct agli investimenti in cultura, dall’iperammortamento alle scelte sul sociale. Su questi temi i fatti e i numeri sono argomenti testardi: la realtà si incarica di smentire i contestatori a oltranza.
Ora la sfida è il futuro. Tornare a Maastricht.
Nel libro “Avanti. Perché l’Italia non si ferma” è stata precisata l’idea di un ritorno a Maastricht. Per le nostre generazioni questa cittadina olandese dal nome difficilmente pronunciabile era sinonimo di austerità.
Stare dentro i parametri di Maastricht sembrava un’impresa quasi impossibile, al punto che quando l’Italia raggiunse quel traguardo, principalmente per merito di uomini del calibro di Prodi e Ciampi, per molti fu festa grande. Oggi Maastricht – paradossalmente – ha cambiato significato. L’avvento nel 2012 di una gabbia di regole eccessivamente rigide come il Fiscal compact ha fatto del ritorno agli obiettivi di Maastricht (deficit al 3% per avere una crescita intorno al 2%) quasi una sorta di manifesto progressista.

L’idea di fondo è che il Fiscal compact vada drasticamente ripensato e riprogettato per stabilire un percorso di lungo termine che non rinunci al rigore sui conti pubblici ma permetta nello stesso tempo anche un solido sentiero di crescita senza la quale lo stesso rigore fallirebbe i suoi obiettivi. Ciò non significa che l’Europa non debba avere delle regole fiscali a cui tutti i Paesi membri debbano attenersi. Ma devono essere regole sagge, che permettano al nostro continente di rinsaldarsi e non di disgregarsi.

Siamo tutti consapevoli che il debito pubblico è uno dei principali problemi dell’Italia. Il debito pubblico è un freno alla nostra crescita e un pesante fardello che non possiamo lasciare in eredità ai nostri figli senza avere provato ad alleggerirne almeno in parte l’enorme peso. Il debito pubblico è anche un elemento di vulnerabilità per la credibilità internazionale del nostro Paese. Inefficienze, spese incontrollate e rendite politiche distribuite a pioggia per anni hanno portato il nostro debito pubblico a superare la fatidica soglia del 100% del Pil nel 1992 fino a toccare un primo massimo storico del 117% nel 1994. Da allora, soprattutto per merito dei Governi di centro-sinistra e nonostante che nei primi anni del nuovo secolo l’Italia non abbia sfruttato con i Governi di centro-destra l’opportunità dell’euro per fare di più, il rapporto debito/ Pil è stato temporaneamente riportato sotto la soglia del 100% nel 2007 (Governo Prodi). Poi siamo entrati nel lungo tunnel della crisi finanziaria e dello spread.

Sentiamo affermare in questi mesi da vari rappresentanti del centro-destra e del M5S, nonché da esponenti e supporter dei Governi dell’austerità che hanno operato nel 2012-2013, che i Governi Renzi e Gentiloni sarebbero stati “lassisti” in materia di contipubblici. È bene subito chiarire come stanno le cose, a scanso di equivoci. Dividiamo dunque l’ultimo decennio in tre precisi periodi distinti, facendo riferimento ai dati ufficiali della Commissione Europea (Economic and Financial Affairs, General Government Data. Autumn 2017, p. 156):

  • la fase del binomio crisi finanziaria-spread durante il

       Governo Berlusconi IV (2009-2011);

  • la fase del binomio austerità recessione dei Governi

       Monti e Letta (2012-2013);

  • la fase del binomio flessibilità-ripresa dei Governi

       Renzi e Gentiloni (2014-2017)

Durante il Governo Berlusconi IV, rispetto ai livelli di fine 2008, il valore monetario del debito pubblico italiano è cresciuto nel triennio 2009-2011 di 237 miliardi di euro, cioè è aumentato in valore assoluto ad una media di 79 miliardi/anno.

Durante i Governi Monti e Letta (con il sostegno, tra gli altri, anche del Partito della Libertà) nella fase dell’austerità del biennio 2012-2013 il debito pubblico è aumentato di altri 162 miliardi, con un incremento medio annuo di 81 miliardi.

Infine, durante i Governi Renzi-Gentiloni, nella fase della flessibilità, il valore del debito pubblico è cresciuto nel quadriennio 2014-2017 di 196 miliardi, di euro, aumentando quindi ad una media annua di 49 miliardi nettamente inferiore a quella dei precedenti tre governi.

Da questi dati appare inconfutabile una prima evidenza: il tasso medio annuo di aumento del valore monetario del nostro debito pubblico è stato quasi doppio in termini assoluti non soltanto durante il Governo Berlusconi IV ma anche durante i Governi Monti e Letta rispetto ai Governi della flessibilità Renzi e Gentiloni.

Ma il vero problema del debito pubblico non risiede tanto nel suo valore assoluto quanto nella sua sostenibilità in rapporto alle dimensioni del Paese di riferimento e alla grandezza della sua economia. Alla fine del 2016, ad esempio, il debito pubblico italiano era di 2.218 miliardi di euro, cioè non molto più alto di quello della Francia(2.151 miliardi) e della Germania (2.140 miliardi). Ma le economie francese e tedesca e i relativi Pil sono, come è noto, più grandi rispetto all’Italia. Quindi, posto che il modo più utilizzato dalle istituzioni internazionali e dalle agenzie di rating per valutare la sostenibilità del debito pubblico di un dato Paese è convenzionalmente il suo rapporto rispetto al Pil, ciò che va considerato con più attenzione è il livello del debito/Pil e la sua crescita. Ed è precisamente da questo angolo visuale che, sempre per esemplificare, il nostro debito pubblico è giudicato più “alto” di quelli francese e tedesco.

Ciò premesso, è perciò importante sottolineare una seconda evidenza. E cioè che durante il Governo Berlusconi IV il rapporto debito/Pil dell’Italia è aumentato dal 102,4% del 2008 al 116,5% del 2011, incrementandosi di ben 14,1 punti, cosa di cui vari esponenti politici del centro-destra sembrano essersi completamente dimenticati. Fu anche per questa ragione che nel 2011, durante la crisi dei debiti sovrani, lo spread dell’Italia si impennò. Poi, durante i Governi dell’austerità Monti e Letta, il debito/Pil è comunque salito ancora dal 116,5% del 2011 al 129% del 2013, aumentando quindi di altri 12,5 punti. Ciò per un ragione molto semplice. Anche se i conti pubblici vengono tenuti in ordine ma se nel frattempo il Pil crolla a causa di misure economiche troppo recessive il debito/Pil non si riduce affatto, anzi può crescere molto. Sotto questo aspetto il caso dell’Italia è veramente il più paradigmatico del fallimento delle politiche di austerità in Europa propugnate da alcuni Paesi nordici e da varie correnti di pensiero.

Viceversa, durante i Governi Renzi-Gentiloni non solo il rigore nei conti non è venuto meno, anzi è proseguito, come dimostra il calo del deficit/Pil annuo dal 3% del 2014 al 2,1% del 2017. Ma contemporaneamente, grazie alla flessibilità strappata a Bruxelles dal Governo Renzi rispetto alle regole del Fiscal Compact, si è anche potuto riportare l’Italia alla crescita con tagli di tasse e misure per rilanciare gli investimenti. E con il binomio flessibilità-crescita il nostro debito/Pil si è finalmente stabilizzato. Durante il Governo Renzi, infatti, nel 2015 il debito/ Pil italiano è calato per la prima volta dal 2007 e nel 2016-2017 si è successivamente stabilizzato intorno al 132% con la prospettiva di scendere al 130,8% nel 2018 (secondo le previsioni della stessa Commissione Europea).

Tornare a Maastricht, quindi, significa aver imparato la lezione di una austerità che nel biennio 2012-2013 non ha ridotto il debito/Pil della terza più importante economia dell’Eurozona ma anzi, facendo crollare la crescita, lo ha fatto aumentare quasi quanto il Governo Berlusconi IV. Volendo fare un paragone automobilistico, in quel biennio il debito ha continuato a girare in pista, anche se meno velocemente di prima, mentre il Pil rimaneva fermo ai box. Risultato: nonostante le migliori intenzioni che possono averla animata, con l’austerità abbiamo lasciato in eredità ai nostri figli un debito/Pil più alto di prima e non più basso.

Tornare a Maastricht significa che l’Italia deve spiegare bene in Europa che il suo voler modificare il Fiscal Compact non è ispirato dal desiderio di ripristinare un lassismo sui conti pubblici di antica memoria ma dalla volontà di rifondare la moneta unica su regole migliori, che realmente ci guidino su un sentiero che sia contemporaneamente di “stabilità” e “crescita”, come nello spirito originario del Patto omonimo: l’unico sentiero che possa davvero permettere di ridurre i debiti/Pil dei Paesi più indebitati.

Tornare a Maastricht significa continuare con la razionalizzazione della spesa, riducendo gli sprechi, valorizzando quando possibile il patrimonio statale e mantenendo il deficit sotto il fatidico 3%, rafforzando però nel contempo la crescita del Pil, la ripresa dell’occupazione e degli investimenti. Come? Proseguendo sul sentiero della flessibilità. E riprogettando l’attuale Fiscal Compact, che non è una razionale ricetta economica ma una camicia di forza sproporzionata, probabilmente figlia dei suoi tempi di paura e sfiducia, che non dà slancio all’Europa bensì la frena e la indebolisce.

Tornare a Maastricht significa evitare di ingessare i tempi di riduzione del rapporto debito/Pil entro meccanici schemi di politica economica legati unicamente alla produzione di giganteschi avanzi statali primari (prima del pagamento degli interessi). Questa ricetta ha dimostrato chiaramente di non funzionare. Eppure anche in Italia c’è un partito che oggi “sogna” un avanzo statale primario del 4% che possa miracolosamente abbattere il nostro debito pubblico. È lo stesso partito di critici e lamentatori di professione che cambiano continuamente casacca e che quando c’era la recessione sognavano la crescita (che oggi finalmente c’è) dimenticandosi o facendo finta di non capire che la recessione di cui si lamentavano molto (allora) era stata causata dalla austerità che molti di essi avevano inizialmente invocato o applaudito. La stessa austerità che adesso il partito dell’avanzo primario al 4% vorrebbe riproporre. Sarebbe una pura follia perché un simile obiettivo fiscale “ammazzerebbe” il Paese e ci farebbe ripiombare in una profonda crisi vanificando tutti gli sforzi fatti in questi anni per ritornare alla crescita pur garantendo l’equilibrio dei conti. E il debito/ Pil salirebbe fatalmente ancora di più, portandosi a livelli più alti e più faticosi da abbattere di quelli di oggi, perché, nuovamente, il Pil si fermerebbe ai box per qualche anno (esattamente come nel 2012-2013).

Tornare a Maastricht significa anche giungere ad una valutazione più oggettiva della stessa sostenibilità dei debiti pubblici, sostenibilità che non può più basarsi sulla sola misura del rapporto debito/Pil ma deve tenere conto anche di altri parametri complementari fin qui trascurati. Se ne possono citare due su tutti, che l’Italia, diversamente da molte altre economie, ha ampiamente dimostrato di essere in grado di rispettare negli anni.

Il primo è la capacità di un Paese di produrre non episodicamente ma con continuità nel tempo un livello “base” di avanzo statale primario che sia proporzionato alla quota di debito finanziata da investitori non residenti rispetto al proprio debito pubblico totale. Nel caso dell’Italia, ad esempio, ciò significa che il nostro Paese è in grado ogni anno, con il suo avanzo statale primario sempre superiore all’1,5% del Pil, di pagare “in contanti” gli interessi sul proprio debito pubblico almeno ai sottoscrittori stranieri. È un requisito che palesa la reale onorabilità di un debito sovrano di cui bisognerebbe tenere maggiormente conto e che andrebbe anche maggiormente reclamizzato tra gli investitori e gli analisti finanziari.

Il secondo elemento è rappresentato dalla ricchezza finanziaria privata di un Paese in rapporto alla quota del suo debito pubblico sottoscritta da investitori residenti. È del tutto evidente che una economia con un basso livello di ricchezza privata non può permettersi di finanziare con proprie risorse interne il debito stesso e quindi deve ricorrere al finanziamento di investitori stranieri. L’Italia ha certamente un elevato debito pubblico totale in rapporto al Pil ma, diversamente da altri Paesi il cui debito è meno sostenibile ed affidabile, è in grado di finanziarne una notevole parte con proprie risorse interne. È anche per questa ragione che il debito pubblico italiano finanziato da stranieri in rapporto al Pil è, ad esempio, percentualmente simile a quello tedesco e inferiore a quello francese. È chiedere troppo che il nuovo Fiscal Compact tenga conto anche di questi altri due importanti elementi per valutare comparativamente i debiti sovrani e disegnare tempi di rientro più ragionevoli dei rapporti di debito/Pil? Non solo. Anche alla luce di questi elementi è altrettanto importante che l’Europa non introduca in modo autolesionistico regole o parametri restrittivi sulla detenzione di titoli pubblici da parte delle banche. Ciò perché i titoli pubblici sono in genere assai più onorabili, trasparenti e commerciabili – di sicuro lo sono quelli italiani – dei derivati e dei titoli di “livello 3” che molte banche del Nord Europa detengono nei loro bilanci.

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